Paolo Borrometi: «La mia vita di cronista minacciato di morte da Cosa nostra»

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Civita Castellana | "civitonica"

Paolo Borrometi: «La mia vita di cronista
minacciato di morte da Cosa nostra»

Il giornalista siciliano alla sua prima uscita pubblica dopo i fatti che lo hanno visto protagonista, suo malgrado, davanti a una platea di studenti civitonici

di Sabrina Mechella

Da sinistra: Vanessa Losurdo, Paolo Borrometi, Gianluca Angelelli e Anna Maria Graziano
Da sinistra: Vanessa Losurdo, Paolo Borrometi, Gianluca Angelelli e Anna Maria Graziano

«Questo non è un paese per giornalisti-giornalisti. Questo è un paese per giornalisti-impiegati». Fa riflettere, e molto, la frase pronunciata dal caporedattore e diretta al giovane cronista nel film “Fortapàsc”, che racconta la breve esistenza e la tragica fine per mano della Camorra del giornalista Giancarlo Siani, interpretato da Libero De Rienzo. La pellicola di Marco Risi che racconta la storia del collaboratore del quotidiano Il Mattino ucciso a Napoli nel 1985 a soli ventisei anni è stata proiettata stamani, nella sala conferenze del museo del centro commerciale Piazza Marcantoni di Civita Castellana, nell’ambito dell’incontro del festival “Civitonica” che aveva come tema “Lotta all’illegalità, quando il mondo dell’informazione è in prima linea”.

L'arrivo in sala
L'arrivo in sala

Paolo Borrometi, direttore del sito d'inchiesta LaSpia.it, collaboratore dell'Agi e presidente di Articolo 21, ha scelto di fare il “giornalista-giornalista”, ossia quello che scrive articoli scomodi, che va a toccare gli interessi della malavita organizzata. Per questo motivo da anni vive sotto scorta e non è più padrone del suo tempo. Tre giorni fa due boss mafiosi di Pachino sono stati intercettati mentre decidevano una “fine plateale” del cronista e degli uomini che lo proteggono: “Dobbiamo colpire a quello. Bum, a terra. Devi colpire a questo, bum, a terra. E qua c'è un ioufocu”.

I ragazzi con il manifesto di No Bavaglio
I ragazzi con il manifesto di No Bavaglio

Per questo motivo sono stati arrestati in un’operazione ordinata dal gip di Catania, Giuliana Sammartino. Borrometi, 35 anni, laureato in giurisprudenza, ha raccontato stamattina agli oltre duecento ragazzi delle scuole superiori di Civita Castellana la sua vita di giornalista sotto scorta.

La prima uscita pubblica dopo i fatti che lo hanno visto protagonista suo malgrado, davanti a una platea di giovanissimi molto attenti che hanno dimostrato grande calore nei confronti del cronista siciliano.

Da sinistra: Gianni Tassi, Paolo Borrometi e Anna Maria Grazieno, sullo sfondo Marino Bisso. Credits: Luca Cristofanelli
Da sinistra: Gianni Tassi, Paolo Borrometi e Anna Maria Grazieno, sullo sfondo Marino Bisso. Credits: Luca Cristofanelli

A fare gli onori di casa il sindaco, Gianluca Angelelli e l’assessore alla Cultura, Vanessa Losurdo. Presenti anche Marino Bisso e Anna Maria Graziano di “NoBavaglio”, Gianni Tassi, fiduciario per Viterbo di Associaizone Stampa Romana e numerosi esponenti delle forze dell’ordine locali.

«La paura è svegliarsi di notte di soprassalto – ha confessato rispondendo alle domande- è scattare se ti passa qualcuno accanto veloce». L’ordine di uccisione del giornalista è arrivato dopo una lunga serie di minacce e azioni intimidatorie: «Hanno tentato di appiccare il fuoco alla casa dove vivevo con i miei genitori a Ragusa, per fortuna la porta blindata ha resistito. Poi sono stato picchiato: “Non ti sei fatto i cazzi tuoi e questa è solo la prima”, mi hanno detto e di questo pestaggio porto un danno permanente alla spalla. Ma non sono un eroe - ha specificato - sono semplicemente uno che ha scelto di raccontare quello che vede, che sente».

Foto di gruppo
Foto di gruppo

Rispetto alla reazione dei suoi colleghi alla notizia che la mafia aveva decretato la sua morte, non ha risparmiato qualche frecciata: «Ho avuto una grande solidarietà da parte di molti giornalisti per la quale ho ringraziato pubblicamente, perché abbiamo il dovere di fare squadra. C’è però sempre il collega che ti vuole condannare a morte, vuole venire al tuo funerale, vuole piangere a quel funerale. E quel collega è uno che magari scrive “presunto boss o capomafia”, che non fa nomi e cognomi. Quindi questa volta ho voluto rivelare non solo chi mi ha sostenuto ma anche chi non è stato da questa parte, perché difendere i giornalisti vuol dire difendere il diritto/dovere ad informare. L’articolo 21 non è in capo ai giornalisti ma ad ognuno di noi, che ha il diritto a essere informato. Ricordatelo sempre».

Venerdì 13 aprile 2018

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